mercoledì 30 ottobre 2019

“Climategate”, il più grande scandalo scientifico della storia di Achille de Tommaso 30-10-2019

Le email trapelate nel 2009 da uno dei più importanti centri di ricerca sul clima, crearono un enorme scandalo relativo a presunta manipolazioni di dati. Che fosse un imbroglio scientifico non è tuttora chiarissimo; sta di fatto che la natura antropica del riscaldamento climatico, anche se oggi è scientificamente molto contestata, forma tuttora la base dei movimenti politico-popolari contro la CO2.


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Climategate è la denominazione assegnata dai media alla controversia sulle e-mail della Climate Research Unit (CRU) ed è iniziata nel novembre 2009 con la pubblicazione ”illegale” di documenti della CRU che erano presso l'Università dell'Anglia Orientale in Inghilterra, e si riferisce a presunte manipolazioni di dati commesse dai alcuni ricercatori per attribuire un maggior peso alle attività umane negli attuali cambiamenti climatici.
Fu un grande scandalo: a metà 2009, una settimana dopo che il giornalista James Delingpole , del Telegraph , aveva coniato il termine "Climategate" per descrivere lo scandalo, Google mostrava che la parola appariva su Internet più di nove milioni di volte.
Vi riferisco l’articolo dell’epoca del “The Telegraph”.
“In tutto questo ammasso di copertura elettronica, si è perso il concetto che gli autori dello scandalo non sono un vecchio gruppo di accademici di secondo piano; ma si tratta di un discreto numero di scienziati che sono stati e sono i più influenti nel guidare l'allarme mondiale sul riscaldamento globale, attraverso il CRU, e nel Gruppo Intergovernativo, delle Nazioni Unite, di esperti sui Cambiamenti Climatici (IPCC).
Il professor Philip Jones, direttore della CRU, è responsabile delle due serie di dati chiave utilizzate dall'IPCC per redigere i suoi rapporti; le sue registrazioni di temperature globali venivano ad essere il più importante dei quattro insiemi di dati di temperature riguardanti le previsioni che il mondo si scalderà a livelli catastrofici, a causa della CO2 generata dall’uomo, a meno che non vengano spesi trilioni di dollari per evitarlo.
Il dottor Jones è anche una parte chiave del gruppo di scienziati americani e britannici responsabili della promozione di quell'immagine delle temperature trasmessa dal grafico definito "bastone da hockey" (v. figura sotto) di Michael Mann che 10 anni fa cercava di dimostrare che, dopo 1.000 anni di declino, le temperature globali hanno recentemente raggiunto il livello più alto nella storia registrata.

Considerando l’importanza rivestita da questo grafico per l'IPCC ( non da ultimo per il modo in cui sembrava eliminare il Periodo Caldo Medievale, da lungo tempo accettato dagli scienziati, quando le temperature erano più alte di oggi; v. anche nota 1.) tale grafico è diventato l'icona centrale dell'intero movimento del riscaldamento globale creato dall'uomo.
Già nel 2003 i metodi statistici utilizzati per creare il "bastone da hockey" erano stati ritenuti completamente imperfetti da un esperto statistico, il canadese Steve McIntyre , e una battaglia molto accesa è già in corso tra i sostenitori di Mann, che sono definiti "la squadra di hockey", e McIntyre, che è coadiuvato da un folto gruppo di scienziati, i quali alla fine hanno messo in discussione l'intera base statistica su cui IPCC e CRU fondano il loro caso climatologico.
(Alcune critiche sono elencate in questo libro, che allude anche a possibile “corruzione” della scienza. n.d.r.)
Ci sono tre filoni logici nei documenti trapelati oggi, che hanno creato lo scandalo.
Il primo è il più ovvio; è la serie di email che mostrano come il dottor Jones e i suoi colleghi abbiano discusso per anni di subdole tattiche in base alle quali avrebbero voluto evitare di divulgare i propri dati a soggetti esterni; e quindi bypassare le leggi sulla libertà di informazione. Queste persone hanno avanzato infatti tutte le possibili scuse per nascondere i dati di base su cui sono fondati i loro risultati. Questo fatto, che di per sé è già un grande scandalo, é aggravato dal rifiuto del dott. Jones di rilasciare i dati di base; rifiuto culminato poi con la sua sconcertante affermazione che gran parte dei dati è semplicemente “andata persa”. Ma le cose più incriminanti di tutte sono le e-mail in cui agli scienziati del gruppo veniva consigliato di eliminare grandi blocchi di dati. E la domanda che inevitabilmente nasce da questo rifiuto sistematico di rilasciare informazioni è: che cosa sono questi scienziati così ansiosi di nascondere? Una verità scomoda per le loro teorie ?
Infatti il secondo filone di scandalo è il modo in cui gli scienziati hanno cercato di manipolare i dati attraverso tortuosi programmi di computer, puntando sempre nella sola direzione desiderata: abbassare le temperature passate e "regolare" le temperature recenti verso l'alto, per trasmettere l'impressione di un riscaldamento accelerato. (V. GRAFICI IN NOTA 1. N.d.r.). Questo fatto accade talmente spesso che diventa il singolo elemento più inquietante dell'intera storia. E questo è ciò che il prof. McIntyre ha denunciato contro il dott. Hansen e il suo record di temperature per il GISS; a seguito del quale Hansen è stato in passato costretto a rivedere il suo calcoli. Vi sono poi anche due importanti esempi: in Australia e in Nuova Zelanda. In ciascuno di questi paesi è stato possibile per gli scienziati locali confrontare il record IPCC /CRUdi temperatura con i dati originali locali su cui si supponeva fosse basato. In entrambi i casi è chiaro che è stato giocato lo stesso trucco: trasformare un grafico di temperatura essenzialmente piatto in un grafico che mostra come le temperature aumentino costantemente. E in ogni caso questa manipolazione è stata effettuata sotto l'influenza della CRU.
La terza rivelazione scioccante di questi documenti è il modo spietato in cui questi accademici si sono accaniti per mettere a tacere qualsiasi interrogazione di esperti circa i risultati a cui sono arrivati ​​con metodi così discutibili; non solo rifiutando di divulgare i loro dati di base, ma screditando qualsiasi rivista scientifica che osasse pubblicare il lavoro dei loro critici. Appare chiaro che non fossero disposti a fermarsi davanti a nulla per soffocare il dibattito scientifico, assicurandosi che nessuna ricerca dissenziente potesse trovare posto nelle pagine dei rapporti IPCC.
Già nel 2006, l'eminente statistico statunitense Professor Edward Wegman pubblicò un rapporto di esperti per il Congresso degli Stati Uniti, che supportava la demolizione del "bastone da hockey" da parte di Steve McIntyre: egli denunciò il modo in cui questo "gruppo affiatato" di accademici sembrava fin troppo attivo nel collaborare per "rivedere tra di loro" i documenti di altri, al fine di dominare i risultati dei rapporti dell'IPCC sulla climatologia, eludendo qualsiasi genuino dibattito scientifico. Uno stimato scienziato del clima statunitense, il dott. Eduardo Zorita, chiese addirittura che il dott. Mann e il dott. Jones fossero radiati da qualsiasi ulteriore partecipazione all'IPCC.”
Ecco; ho descritto il CLIMATEGATE!
Tutto chiaro? I documenti del Climategate hanno dimostrato chiaramente che c’era un complotto scientifico? No, gli scienziati dell’IPCC furono più o meno assolti dalla comunità scientifica; dico “più o meno” perché la maggior parte delle motivazioni di assoluzione è un “…sì….ma…”. Sicuramente sono stati assolti da ipotesi criminose, ma la validità delle loro ipotesi scientifiche è ancora, come sappiamo, in discussione.
Vi invito a considerare alcune affermazioni scientifiche della CO2 COME FORZANTE ANTROPOGENICA DEL RISCALDAMENTO CLIMATICO:
NATURE (2010): “La triste verità della scienza del clima è che l'informazione più cruciale è la meno affidabile. Per pianificare il futuro, gli scienziati devono sapere come cambieranno le condizioni locali, non come aumenterà la temperatura media globale. I ricercatori stanno ancora lottando per sviluppare strumenti per prevedere accuratamente i cambiamenti climatici per il ventunesimo secolo a livello locale e regionale”. https://www.nature.com/news/2010/100120/full/463284a.html
THE TELEGRAPH (2019): ”…Molti esperti sostengono OGGI che l'anidride carbonica è solo un attore minore dell’effetto di serra. Le carotature di ghiaccio provenienti dall'Antartide mostrano che alla fine delle recenti ere glaciali, la concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera ha iniziato ad aumentare solo dopo che le temperature hanno iniziato a salire. Il dott. Willie Soon, un astrofisico solare presso il Centro di astrofisica di Harvard-Smithsonian , ha dimostrato che all'aumentare del vapore acqueo aumenta anche la temperatura del suolo; e dichiara:” Alcuni scienziati affermano che se cambiamo il valore di anidride carbonica nell'atmosfera cambieremo l'intero sistema climatologico; ma in realtà questa affermazione è ridicola. La correlazione non equivale alla causalità. La CO2 non è potente in questo senso, l'unica cosa che fa nel sistema terrestre è rendere il pianeta più verde. L'anidride carbonica ha un ruolo secondario nell'effetto serra totale. " “https://www.telegraph.co.uk/science/2019/10/15/climate-change-fake-news-global-threat-science/
AMERICAN PHYSICAL SOCIETY: Le relazioni tra la concentrazione atmosferica dei gas serra e i loro effetti radianti sono ben quantificate. Ma il forzante antropogenico totale è incerto, soprattutto perché l'entità del forzamento negativo associato agli aerosol di solfato non è chiara. Vi sono ancora incertezze significative nel passaggio dalle emissioni di gas a effetto serra, in particolare quelle dell'anidride carbonica, alle concentrazioni atmosferiche. Tuttavia, la maggiore difficoltà sta nel relazionare i cambiamenti della concentrazione dei gas serra ai cambiamenti climatici.https://www.aps.org/policy/reports/popa-reports/energy/climate.cfm
RESEARCHGATE (2017): Poichè questi risultati sono stati prodotti da un rigoroso tentativo di descrivere le temperature planetarie nel contesto di un continuum cosmico, usando un'analisi obiettiva delle osservazioni verificate nell'intero Sistema Solare, tali risultanze richiedono un cambio di paradigma nella nostra comprensione dell'effetto serra atmosferico come fondamentale proprietà del clima. La cosiddetta "radiazione posteriore della serra" è infatti accertato che sia globalmente un risultato dell'effetto termico atmosferico piuttosto che una causa di ciò. Il nostro modello empirico ha anche implicazioni fondamentali per il ruolo degli oceani, del vapore acqueo e dell'albedo planetario nel clima globale. https://www.researchgate.net/publication/317570648_New_Insights_on_the_Physical_Nature_of_the_Atmospheric_Greenhouse_Effect_Deduced_from_an_Empirical_Planetary_Temperature_Model#targetText=New%20Insights%20on%20the%20Physical%20Nature%20of%20the%20Atmospheric%20Greenhouse,an%20Empirical%20Planetary%20Temperature%20Model&targetText=A%20recent%20study%20has%20revealed,for%20the%20past%2040%20years.
Tante incertezze, quindi, e (a mio parere) una sola certezza: che il problema climatico sia per il 15% scientifico, e per l’85% politico. Con eventuale associato imbroglio. Nel frattempo, a partire dal protocollo di Kyoto, si organizzano comunque riunioni internazionali e manifestazioni per combattere la CO2.
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NOTA 1. La figura a sinistra mostra un confronto di rilevazioni; con, in rosso, l’elevato valore di temperature nel medioevo, ignorato dal “bastone di Hockey”; il quale si avvale, nella figura a destra, di “aree di incertezza” (in azzurro) per ricavare, arbitrariamente, un andamento piatto, o addirittura declinante, prima dell’impennata. Fu (è) un imbroglio scientifico?

Appendice 1: grafico che mostra l’andamento climatico periodico negli ultimi 400.000 anni.


Appendice 2. Grafico che mostra come l’andamento climatico periodico sia associato alla CO2 da almeno 400.000 anni. E ciò dimostrerebbe come essa sia il risultato e non la causa del riscaldamento.


Appendice 3. Grafico dell’andamento della temperatura negli ultimi 500 milioni di anni.

martedì 10 settembre 2019

Disturbi dei media: quasi tutto il giornalismo (USA) tende a sinistra; come mostrano alcuni studi di Achille De Tommaso 10-9-2019

Se chiedi a un giornalista americano se è schierato a destra o sinistra (*) probabilmente ti dirà che cerca di “stare nel mezzo”. Che si sforza di essere "giusto", oppure "centrista".

Ma questo, alla luce di alcuni studi, sembra non essere vero. E il profondo pregiudizio ideologico verso sinistra dei Big Media degli USA è il motivo principale per cui, secondo alcuni, l'America ora sembra satura di "notizie false". Ma, peggio, sembra addirittura che i giornalisti, assillati dalla propria ideologia, non siano più in grado di riconoscere il proprio pregiudizio. Che però è riconosciuto dai lettori.

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In questo scritto desidero sottolineare anche un fatto che, a mio parere, dovrebbe essere ancor più sorprendente: LA STAMPA FINANZIARIA (USA) E’ DI SINISTRA. E dico che ritengo questo fatto ancor più sorprendente perché nell’immaginario collettivo storico la finanza andava a braccetto col capitalismo; e pertanto era sempre stata di destra. Fino a pochi anni fa i giornalisti finanziari mainstream avevano infatti la reputazione di essere i più inclini alla destra e orientati al libero mercato.
Se questo sia mai stato vero in passato, sicuramente non lo è oggi, come suggeriscono recenti studi.
I ricercatori della Arizona State University e della Texas A&M University, a fine 2018, hanno interrogato 462 giornalisti finanziari in tutto il paese ; e hanno eseguito poi 18 interviste aggiuntive di approfondimento (1). I giornalisti intervistati lavorano per il Wall Street Journal, il New York Times, il Washington Post, l'Associated Press e numerosi altri giornali.
“Conservatori” nei media: in via di estinzione
I risultati sono che il 58,47% ammette di essere a sinistra (liberal); il 4,4% a destra (conservative); mentre un altro 37,12% afferma di essere "moderato".
E dov’è quindi finito il mitico giornalista finanziario "conservatore"? Solo lo 0,46% dei giornalisti finanziari si è definito "molto conservatore", mentre solo il 3,94% ha dichiarato di essere "piuttosto conservatore". Per un totale, appunto, del 4,4%. C’è quindi il rapporto di 13 "liberal" per ogni "conservatore".
Sotto un certo punto di vista questo è un fatto singolare e preoccupante. Infatti siamo abituati al fatto che la stampa ordinaria, tutta, sia polarizzata politicamente in un senso o nell’altro e ormai non ce ne preoccupiamo molto: molti sono in grado di discriminare usando una molteplicità di media, Internet compreso, e usando la propria testa. Ma quando si tratta di stampa finanziaria il discorso è diverso; perché tratta di economia e di investimenti, che sono temi altamente tecnici e non alla portata di tutti; anche delle persone più colte, che si affidano loro stesse, quasi sempre, a consulenti.
Questo è un enorme problema per i media - forse più grande di quanto se ne rendano conto. Un sondaggio di Rasmussen Reports alla fine di ottobre 2018 (2) ha rilevato che il 45% di tutti i probabili elettori alle elezioni di medio termine credeva "che quando la maggior parte dei giornalisti scrive di una “corsa” al Congresso, stanno cercando di aiutare il candidato democratico".
Solo l'11% ha affermato che i media avrebbero cercato di aiutare il repubblicano. E solo il 35% ha dichiarato di ritenere che i giornalisti semplicemente cerchino di riferire le notizie in modo imparziale.
Rasmussen osserva che questo "aiuta a spiegare perché gli elettori democratici siano molto più grandi fan della copertura mediatica delle notizie elettorali" rispetto ad altri. La considerano infatti favorevole al loro successo.
Ma gli elettori non sono stupidi
Ciò non impedirebbe però alle persone di vedere la realtà. Un sondaggio post-elettorale su 1.000 elettori di McLaughlin & Associates (3), infatti, ha rilevato che "una forte pluralità (48%) degli intervistati ritiene che la copertura mediatica sia stata ingiusta e distorta" contro il presidente Trump. Persino il 16% dei democratici era d'accordo con questa affermazione.
Si pensava, dicono gli americani, che era assodato ed accettato, da tempo, che giornalisti e scrittori di “area culturale” condividessero tutti una comune inclinazione intellettuale e quindi avessero maggiori probabilità di essere inclini a sinistra rispetto ad altri giornalisti. Ma questi recenti studi dimostrano che non è vero. La contaminazione del pregiudizio politico ora influenza tutto il giornalismo.
Ma l’orientamento dei media USA non sempre è stato così
Non è stato sempre così. Uno studio a lungo termine sulle tendenze e gli atteggiamenti dei giornalisti, "The American Journalist in the Digital Age" (4), mostra che la tendenza al liberalismo è andata avanti per anni nel giornalismo. Nel 1971, i repubblicani costituivano il 25,7% di tutti i giornalisti. I democratici erano il 35,5% e gli indipendenti il ​​32,5%. Circa il 6,3% delle risposte era "altro".
Entro il 2014, l'anno dell'ultimo sondaggio, la percentuale di giornalisti che si identificava come repubblicano si era ridotta al 7,1%, con un calo di 18,6 punti percentuali. Dall'aumentare della parità con i giornalisti repubblicani negli anni '70, oggi i democratici superano i repubblicani di quattro a uno.
Nel frattempo la percentuale di giornalisti che si definiscono "indipendenti" è salita al 50,2%. Nel caso in cui, però, si pensi che il segmento crescente di Indipendenti si qualifichi come "il centro", bisogna forse ripensarci. Indagini ripetute mostrano che gli indipendenti sono generalmente orientati a centrosinistra nelle questioni sociali, ma centristi quando trattano di questioni fiscali e di governance aziendale. Quindi si dovrebbero forse caratterizzare come di "sinistra moderata".
Il lettore se ne sta andando via?
Sembra che ci siano cattive notizie per i giornalisti e cattive notizie per il giornalismo USA. Perché mentre gli americani continuano il loro percorso di crescente sfiducia nei media tradizionali, iniziano a cercare alternative. Troveranno forse nuove e più affidabili fonti di notizie? Forse, non lo sappiamo ancora; ma è tempo che il mainstream giornalistico affronti questo problema. La negazione compiaciuta non è più un'opzione.
E l’Italia?
Ho desiderato, in questo scritto, parlare degli USA perché ivi il numero dei media è elevatissimo, e ragionare sui grandi numeri può aiutare a decodificare certi aspetti dei media italiani. Non approfondirò quindi, qui, il tema italiano, lasciando al paziente lettore alcuni link (5)(6) e anche il (7), dove vengono sottolineati alcuni aspetti culturali dei lettori e di declino della stampa in Italia.
Mi piace però ragionare un attimo sull’eventuale orientamento politico della stampa finanziaria italiana. Sappiamo tutti dei bombardamenti giornalieri che hanno coinvolto, nei mesi e negli anni passati, il discorso sul deficit italiano, sullo spread, sulle procedure di infrazione, eccetera. E sappiamo anche che il mondo finanziario (quello degli investimenti istituzionali) non viaggia solo sui fondamentali economici, ma molto sul “sentiment” influenzato anche dai media. Ebbene, per ben due volte, nella storia recente, con la bolla internet e con la crisi dei subprime, il “sentiment” finanziario (non basato su fondamentali) ha causato disastri economici; innescando una grande recessione (da molti considerata la peggior crisi economica dai tempi della grande depressione). E i media finanziari hanno ovviamente una grossa responsabilità della generazione di questo “sentiment”; ad esempio con le loro previsioni. Se i “sentiment finanziari” fossero pilotati da ideologie politiche potrebbero alterare non solo il corso dell’economia, ma, assieme ad esso, anche la nostra vita sociale.
(*) perdonatemi se, per capirci, uso ancora questi termini che ad alcuni possono apparire obsoleti. Nel prosieguo ne userò di più moderni, come “liberal”, “progressive”, “conservative”, “conservatori”. Ammesso che significhino qualcosa di diverso…

  1. https://www.dailywire.com/news/38302/462-financial-journalists-were-asked-their-ashe-schow
  2. http://www.rasmussenreports.com/public_content/politics/general_politics/october_2018/voters_think_reporters_trying_to_help_democrats_in_midterm_elections
  3. https://mclaughlinonline.com/2019/08/13/newsmax-article-majority-says-trump-still-needed-to-bring-change-but-media-bias-persists/
  4. http://archive.news.indiana.edu/releases/iu/2014/05/2013-american-journalist-key-findings.pdf
  5. https://www.ilfoglio.it/cultura/2016/11/09/news/la-stampa-e-molto-piu-a-sinistra-dei-cittadini-in-usa-come-in-italia-106462/
  6. https://books.google.it/books?id=ay_OYSC1X2EC&pg=PA234&lpg=PA234&dq=%E2%80%9CThe+ideological+proximity+between+citizens+and+journalists+and+its+consequences%E2%80%9D&source=bl&ots=YeZa7psbxC&sig=ACfU3U0aFHqKLUrxDGM9fmpRModKwWbr-A&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwjW_ZHnrMPkAhUNGuwKHSTVB6cQ6AEwAnoECAgQAQ#v=onepage&q=%E2%80%9CThe%20ideological%20proximity%20between%20citizens%20and%20journalists%20and%20its%20consequences%E2%80%9D&f=false
  7. http://www.atlanticoquotidiano.it/quotidiano/crisi-credibilita-stampa-mainstream-categorie-ideologiche-giornalista-collettivo/

lunedì 9 settembre 2019

Ci sono incendi di “destra” e incendi di “sinistra”? Perché tutto ciò che dicono sugli incendi in Amazzonia non è corretto. di Achille De Tommaso 9-9-2019

L'aumento degli incendi in Brasile ha scatenato, nelle scorse settimane, una tempesta di indignazione internazionale. Celebrità, ambientalisti, media e leader politici hanno incolpato il presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, di star distruggendo la più grande foresta pluviale del mondo, l'Amazzonia, che secondo loro, erroneamente (6) rappresenta i "polmoni del mondo".

Cantanti e attori tra cui Madonna e Jaden Smith hanno condiviso foto sui social media che sono state viste da decine di milioni di persone. "I polmoni della Terra sono in fiamme", ha detto l' attore Leonardo Di Caprio. "La foresta pluviale amazzonica produce oltre il 20% dell'ossigeno nel mondo", ha twittato la stella del calcio Cristiano Ronaldo. "La foresta pluviale amazzonica, “ i polmoni del mondo” che producono il 20% dell'ossigeno del nostro pianeta, è in fiamme", ha twittato il presidente francese Emanuel Macron.
Eppure le foto non erano attuali e molte non erano nemmeno dell'Amazzonia. La foto che Ronaldo ha condiviso è stata scattata nel sud del Brasile, lontano dall'Amazzonia, nel 2013. La foto che Di Caprio e Macron hanno condiviso ha più di 20 anni. La foto condivisa da Madonna e Smith è di oltre 30 anni. Alcune celebrità hanno condiviso foto del Montana, dell'India e della Svezia.
A loro merito, la CNN e il New York Times hanno sfatato le foto e altre informazioni sbagliate sugli incendi. "La deforestazione non è né nuova né limitata a una nazione", ha spiegato la CNN. "Questi incendi non sono stati causati dai cambiamenti climatici", ha osservato il Times .
Ma entrambe le pubblicazioni hanno ripetuto l'affermazione che l'Amazzonia è il "polmone" del mondo. "Oggi l'Amazzonia rimane una fonte netta di ossigeno", ha detto la CNN . "L'Amazzonia è spesso definita come " i polmoni " della Terra, perché le sue vaste foreste rilasciano ossigeno e immagazzinano anidride carbonica, un gas che intrappola il calore che è una delle principali cause del riscaldamento globale, ha affermato il New York Times.
A proposito dei “polmoni” è stato intervistato da Forbes uno dei maggiori esperti del mondo: Dan Nepstad, (1)(6) che ha seccamente risposto: ”Sono fesserie". “Non c'è scienza dietro queste affermazioni. L'Amazzonia produce molto ossigeno, ma utilizza la stessa quantità di ossigeno attraverso la “respirazione” delle piante ” . Nepstad è anche autore principale di un recente rapporto del gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici
Che dire del New York Times che afferma :"Se si perde foresta pluviale essa non può essere facilmente ripristinata, l'area diventerà savana, che non immagazzina più carbonio, il che significa una riduzione della "capacità polmonare del pianeta" ?

Alcune persone – spiega - sventolano senza dubbio il mito dei "polmoni" come “pungolo” affinché si faccia qualcosa. Dove il tema è che c'è un aumento degli incendi in Brasile e qualcosa deve essere fatto al riguardo; e affermano che siamo in una situazione di eccezionale gravità. Ora: è forse giusto che si debba agire (ma come vedremo, lo stiamo già facendo), ma non è giusto affermare che siamo di fronte ad un evento eccezionale. E’ diventato sicuramente un fatto mediatico; e alcuni lo stanno cavalcando per loro interesse politico.
Consideriamo, ad esempio, che per settimane la CNN ha mandato in onda un lungo servizio con un sottopancia: "Gli incendi bruciano a un ritmo record nella foresta amazzonica", mentre un importante giornalista del clima ha affermato : "Gli incendi attuali sono senza precedenti negli ultimi 20.000 anni". Guardate il grafico e rendetevi conto se queste affermazioni siano vere:
Queste sono fesserie: mentre il numero di incendi nel 2019 è effettivamente superiore rispetto al 2018, è solo del 7% superiore alla media degli ultimi 10 anni, ha affermato sempre Nepstad (vedasi il grafico sopra).
Uno dei principali giornalisti ambientali del Brasile, Leonardo Coutinho, concorda sul fatto che la copertura mediatica degli incendi sia fuorviante dal punto di vista politico. "Infatti fu sotto il Presidente del Partito dei Lavoratori Lula e il Segretario dell'Ambiente Marina Silva (2003-2008) che il Brasile ebbe la più alta incidenza di incendi; ma né Lula né Marina sono furono accusati di mettere a rischio l'Amazzonia e il mondo intero; perché ?"
"Ciò che sta accadendo in Amazzonia non è eccezionale", ha proseguito Coutinho. "Se dai un'occhiata alle ricerche web su Google che hanno cercato "Amazzonia" e "Amazon Forest" nel passato, l'opinione pubblica globale non era così interessata alla "tragedia amazzonica" quando la situazione era innegabilmente peggiore. Il momento presente non giustifica l'isteria globale".
"Ho visto la foto twittate da Macron e da Di Caprio", ha detto Nepstad, " sono balle; non si vedono foreste bruciare così in Amazzonia. Gli incendi boschivi dell'Amazzonia sono nascosti dalle chiome degli alberi e aumentano solo durante gli anni di siccità. Ho lavorato a studiare quegli incendi per 25 anni e le nostre reti sul campo monitorano questi fenomeni permanentemente."
Ciò che è aumentato del 7% nel 2019 sono i fuochi della macchia secca e degli alberi abbattuti per l'allevamento del bestiame; come strategia per acquisire la proprietà della terra. Pertanto contro un quadro dipinto dai media di una foresta amazzonica sull'orlo della scomparsa, rimane invece l'80% in piedi. La metà dell'Amazzonia è oggi protetta dalla deforestazione ai sensi della legge federale.
E non si parla invece molto della lotta alla deforestazione che è oggi, con Bolsonaro, in atto.
"Pochi articoli nella ondata di copertura mediatica scatenata dal G7 hanno menzionato il sensibilissimo calo della deforestazione in Brasile dagli anni 2000", ha osservato l'ex reporter del New York Times Andrew Revkin, che ha scritto un libro del 1990, The Burning Season , sull'Amazzonia, e ora è il fondatore Direttore, Iniziativa per la comunicazione e la sostenibilità presso The Earth Institute presso la Columbia University.
La deforestazione è diminuita del 70% dal 2004 al 2012 (3). Da allora è cresciuta modestamente e rimane a un quarto del suo picco del 2004. E comunque solo il 3% dell'Amazzonia è adatto per le culture di soia.
"Non mi piace la narrativa internazionale in questo momento perché è polarizzante, divisiva e ignorante di vari aspetti sociali”: c'è ovviamente da avere un grande consenso contro il fuoco accidentale; ma ci sono anche gli interessi degli agricoltori e della popolazione locale, che non è certamente ricca, che debbono essere protetti. Immagina che ti venga detto che ai sensi del Codice Federale della Foresta, puoi usare solo metà della tua terra; saresti contento se la tua famiglia deve mangiare ?"
Nel contempo la pressione internazionale sta alimentando il risentimento tra le stesse persone in Brasile che gli ambientalisti dovrebbero ideologicamente “conquistare” per salvare l'Amazzonia. "Il tweet di Macron ha provocato molto sdegno ha dichiarato Nepstad. “I brasiliani ad esempio vorrebbero sapere perché la California ottiene una grande empatia per i suoi incendi boschivi, mentre il Brasile ha solo un dito puntato ”. La gente ignora, ad esempio, che ci sono motivi legittimi per i piccoli agricoltori di usare fuochi controllati per respingere insetti e parassiti".
La reazione di media stranieri, celebrità e politici, verso il Brasile deriva da un romantico anticapitalismo comune tra le élite urbane, affermano Nepstad e Coutinho. "C'è molta ostilità verso l'agroindustria", afferma Nepstad. "Ho avuto colleghi che dicevano:" I fagioli di soia non sono cibo. Cosa mangia tuo figlio? Latte, pollo, uova? Sono tutte proteine provenienti dalla soia che alimenta il pollame".
Ma altri possono avere motivi politici. "Gli agricoltori brasiliani vorrebbero estendere l'accordo di libero scambio UE-Mercosur, ma Macron è propenso a chiuderlo perché il settore agricolo francese non vuole che altri prodotti alimentari brasiliani entrino in Europa", ha spiegato Nepstad.
"L'agroindustria è il 25% del PIL brasiliano ed è l’industria che ha portato il paese fuori dalla recessione", continua Nepstad. “Quando l'agricoltura di soia entra in un paesaggio, tra l’altro, il numero di incendi diminuisce. Le piccole città ottengono denaro per le scuole, il PIL aumenta e le disuguaglianze diminuiscono. Questo non è un settore da battere, è uno con cui trovare un terreno comune”.
Nepstad sostiene che sarebbe un gioco da ragazzi per i governi di tutto il mondo sostenere Aliança da Terra (4), una rete di rilevamento e prevenzione incendi che ha co-fondato, che comprende 600 volontari, principalmente indigeni e agricoltori. "Per 2 milioni di dollari all'anno potremmo controllare gli incendi e fermare la morte dell'Amazzonia", ha detto Nepstad. "Abbiamo 600 persone che hanno ricevuto un addestramento di prim'ordine dai vigili del fuoco statunitensi, ma ora abbiamo bisogno di camion con l'attrezzatura giusta in modo da poter operare gli opportuni tagli di vegetazione per isolare il fuoco e per evitare ritorni di fiamma.”
Importante: affinché tale pragmatismo si affermi, i media dovranno migliorare la loro copertura futura del problema. "Una delle grandi sfide che devono affrontare le redazioni riguardanti questioni emergenti e persistenti complicate come la deforestazione tropicale", ha dichiarato il giornalista Revkin, "è di trovare il modo di coinvolgere i lettori senza istrionismo e focalizzazione politica. L'alternativa è quello che vediamo sempre di più : schiocchi di frusta giornalistici come quello raccontato qui sopra, circa l’Amazzonia (5).
Detto ciò ci si potrebbe chiedere perché vip dell’intrattenimento, media e politici siano caduti in questo passo falso.
Cerchiamo di capire: Madonna, Ronaldo, Del Piero, Di Caprio, Mannoia, ed altri, sono l’armata dal cuoricino verde; pronti a scendere in campo per difendere le foreste ed attaccare i cattivoni populisti, due cose che oggi fanno chic. Ci sono anche personaggi dimenticati, che rispuntano per l’occasione; come l’ex regina attivista anti-global Naomi Klein, che cerca un po’ di visibilità non a caso; infatti sta lanciando un libro “il mondo in fiamme”. La foga twittarola è talmente forte che neanche si accorgono di star lacrimando su foto di trent’anni fa; dignità bruciata? Che importa, l’importante è ottenere visibilità, vista la forte concorrenza nel mondo dell’intrattenimento. Quindi visibilità, ottenuta spesso a basso costo perché le loro elargizioni, quando ci sono, sono spesso deducibili dalle tasse.
Abbiamo forse quindi ”incendi di destra” e “incendi di sinistra” ?

No, la risposta al quesito è più semplice: è una manovrina di quel furbacchione di Macron che ha colto così la possibilità di prendere tre piccioni con una fava.
Il primo piccione è quello di cercare di bloccare le importazioni brasiliane verso UE, usando l’appoggio dell’ “ignaro” G7; quelle importazioni che sfavoriscono soprattutto la Francia. “La nostra casa sta bruciando: incendi senza precedenti e incontrollati ”. Ha detto il furbacchione, provocando una accensione di fuochi alla riunione del Gruppo dei Sette in Francia, che hanno bruciacchiato, e lasciato in condizioni critiche, il trattato di libero commercio firmato, come si diceva, recentemente tra l’Unione Europea e il Mercosur. Macron non ha parlato – ovviamente – del Giappone e della sua predatrice pesca alle balene, della Germania e della sua multinazionale Bayer, proprietaria dell’ecoterrorista Monsanto, e di tutti quei paesi promotori e somministratori di armi che alimentano conflitti come quello dello Yemen, spalleggiano dittature e fanno a pezzi la regione del Medio Oriente.
In un discorso più mediatico che politico, al G7, Macron ha chiamato i cittadini a “rispondere all’appello degli oceani e della selva che sta bruciando”, senza dimenticare che per la sua politica coloniale ancora vigente anche la Francia è un paese dell’Amazzonia (per via della Guyana Francese). "Non lanciamo un semplice richiamo, ma una mobilitazione di tutte le potenze riunite a Biarritz" ha detto.

Ma la cosa più importante è che, nell’immaginario collettivo internazionale, ha fatto fare ai paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay) la figura degli incompetenti sottosviluppati che hanno bisogno della tutela del mondo “civile” per sopravvivere, perché se si lasciano da soli distruggono il pianeta. Forse il furbone li vorrebbe commissariare, magari da parte della Francia da sola, magari come ha fatto e fa con parte dell’Africa.

Il secondo piccione è stato quello di mascherare il fallimento del G7 da lui organizzato. Non c’è stato accordo su niente: dazi, Cina, Brexit, Iran, Clima: niente. Il fallimento è stato così grave che hanno abolito il comunicato finale. L’opera di 13.000 agenti e 36 milioni di euro buttati al vento; tutto inutile. E cosa c’è di meglio per nascondere un insuccesso, di una bella indignazione contro un populista? E una bella campagna in difesa dell’Amazzonia.

Il terzo piccione di Macron è stato quello di distogliere l’attenzione dalle sue mancanze proprio sul fronte green. Nelle ultime ore del G7, infatti, un folto gruppo di ecologisti francesi stava andando in giro per la Francia a staccare il ritratto del presidente dai municipi francesi. L’ultimo l’hanno tolto proprio a Barritz.

  1. Dr. Nepstad, President and Founder of Earth Innovation Institute, has worked in the Brazilian Amazon for more than 30 years, publishing more than 160 papers and books on the ecological processes, frontier dynamics and public policies that are shaping the region. INTERVISTA FATTA DA FORBES: “I was curious to hear what one of the world’s leading Amazon forest experts, Dan Nepstad, had to say about the “lungs” claim. “It’s bullshit,” he said. “There’s no science behind that. The Amazon produces a lot of oxygen but it uses the same amount of oxygen through respiration so it’s a wash.”  Plants use respiration to convert nutrients from the soil into energy. They use photosynthesis to convert light into chemical energy, which can later be used in respiration “https://earthinnovation.org/about/staff/daniel-nepstad/
  2. https://twitter.com/lcoutinho?lang=en
  3. https://science.sciencemag.org/content/344/6188/1118
  4. https://aliancadaterra.org
  5. https://dotearth.blogs.nytimes.com/2008/07/29/climate-research-media-focus-whiplash/ “Schiocco di frusta” è la traduzione letterale del termine giornalistico anglosassone “whiplash”. Lo si può assimilare alla sferzata della frusta del cocchiere, in aria; che fa rumore, prende l’attenzione del cavallo, ma è innocua. In termini giornalistici è la capacità dei media di gonfiare una notizia oltre la realtà, ai fini di destare attenzione. In tempi di forte declino dei media tradizionali questa terminologia è sicuramente bene intesa da tutti. Il fatto che sia un termine prettamente anglosassone dà il legittimo sospetto che, anche lì, la stampa, in fondo in fondo, non sia molto obbiettiva.
  6. https://www.theatlantic.com/science/archive/2019/08/amazon-fire-earth-has-plenty-oxygen/596923/

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